L’antitesi come destino: Emanuela Di Vito e la filosofia leggera di “Ma Lassa Perd”
C’è un luogo, nel cortometraggio di Emanuela Di Vito, che viene nominato subito, dalla voce del piccolo Jacopo: Scontrone. Il bambino lo pronuncia quasi come un dovere, un incipit da tema scolastico: il paese su cui deve scrivere. È la premessa necessaria.
Eppure, mentre il nome del borgo risuona, la regista già prepara il suo gioco di antitesi: perché ciò che Jacopo nomina con ingenua neutralità sarà subito dopo descritto, interpretato, quasi stravolto dalla parola dello zio Panfilo. Scontrone diventa così un campo di battaglia semantico tra due sguardi, due mondi, due filosofie esistenziali.
Pietra, vento, silenzio. Eppure, proprio lì, la regista costruisce una contrapposizione di rara efficacia, giocata sulla sottile lama che separa il disincanto dalla meraviglia, la rassegnazione dall’amore irriducibile.
La trama è volutamente lieve, quasi minimale: zio Panfilo – figura archetipica del “vecchio saggio” ma declinata in chiave popolare e disillusa – descrive il proprio paese come un luogo desolato, privo di avvenire, una landa ferma nel tempo dove nulla accade e nulla può accadere. Lo fa per aiutare il piccolo Jacopo a comporre un tema scolastico sul paese. Un pretesto narrativo semplice, che la regista trasforma in un dispositivo filosofico potentissimo.
La strategia del rovesciamento: dire il male per mostrare il bene
La grandezza di Di Vito sta nell’aver capito che il conflitto non va risolto, ma esibito nel suo paradosso costruttivo. Mentre zio Panfilo racconta un paese fallito, senza sbocchi e senza futuro – un luogo “da lasciar perdere”, appunto – le immagini della regista smentiscono sistematicamente le sue parole:
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Feste patronali che colorano le strade del borgo
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Processioni e canti che salgono verso la chiesa
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Banchetti di paese dove anziani e bambini condividono lo stesso pane
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Tradizioni che si tramandano in gesti antichi e sapori immutati
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Cultura viva che si manifesta in mostre, concertini, eventi sportivi
Il dualismo è costruito ad arte: da una parte la parola disperante dello zio, che descrive un paese morto; dall’altra lo sguardo documentario della regista, che mostra un paese che resiste, gioisce, si aggrappa alla vita.
E qui emerge il nucleo filosofico del corto. Zio Panfilo non mente. Non è un cattivo. È semplicemente chiuso nel suo immaginario di paese fallito – un immaginario che l’abbandono, la cronaca, i numeri dello spopolamento hanno legittimato. Ma la realtà, quella filmata da Di Vito, è più complessa. È la realtà della resilienza: la capacità di un luogo di ritagliarsi una finestra di visibilità nel mondo nonostante tutto.
La domanda che brucia: “E allora perché tu stai ancora qua?”
Il momento di svolta – la peripezia filosofica del racconto – arriva quando il piccolo Jacopo, con la sincerità disarmante dei bambini, smonta la costruzione dello zio:
“E allora perché tu stai ancora qua?”
Una domanda apparentemente innocente, ma che taglia come un rasoio. È l’opposizione portata alla sua forma più cruda: se il paese è davvero così invivibile, desolato, senza futuro – perché tu, zio Panfilo, non te ne sei andato?
La risposta di zio Panfilo è il cuore pulsante del cortometraggio, la tesi che rovescia l’antitesi in una sintesi inaspettata:
“Perché è il posto più bello del mondo.”
Non una giustificazione razionale. Non un dato economico, né una prospettiva di carriera. Un atto d’amore. E l’amore, lo sa bene la filosofia, non ha bisogno di ragioni. È la scelta che precede ogni argomentazione.
Divertente e riflessivo: il dialogo tra due mondi
Ciò che rende “Ma Lassa Perd” un piccolo gioiello è la capacità di Di Vito di alternare leggerezza e profondità senza mai cadere nel patetico o nel retorico.
I tentativi di Jacopo di far comprendere allo zio che esiste un fuori, che il mondo è cambiato, che forse si può ancora sperare – si scontrano con la bonaria, testarda, dolente saggezza di Panfilo. È il conflitto eterno tra giovinezza che vuole partire e maturità che ha scelto di restare. Ma qui nessuno dei due ha torto.
Jacopo ha ragione: il paese ha bisogno di futuro, di sguardi nuovi, di energie che non si rassegnano.
Zio Panfilo ha ragione: la bellezza non si misura in opportunità, ma in radici. E le radici non si spiegano. Si vivono.
La regia: Emanuela Di Vito e l’arte di far parlare i luoghi
Dal punto di vista cinematografico, Di Vito adotta una regia asciutta, essenziale, mai invadente. Le inquadrature sui volti dei due attori – entrambi bravissimi nel tratteggiare con pochissimi mezzi universi interiori complessi – si alternano a campi lunghi sul borgo che diventano essi stessi personaggi. Scontrone è il terzo attore, muto ma eloquente. E il fatto che sia stato Jacopo a nominarlo per primo – non la regista, non una didascalia – lo consegna allo spettatore come un luogo vissuto.
Un corto che parla a chi resta e a chi è partito
“Ma Lassa Perd” è destinato a diventare un piccolo classico del cinema delle aree interne. Parla a chi è rimasto, a chi è partito e si porta il paese nel petto, a chi non ha mai visto un borgo appenninico ma intuisce che lì si gioca una partita più grande: quella tra appartenenza e libertà, tra memoria e avvenire.
Zio Panfilo, alla fine, non ha risposto alla domanda di Jacopo con un’argomentazione. Ha risposto con un paradosso – il posto più bello del mondo proprio mentre lo descriveva come un inferno. Ed è proprio nel paradosso che abita la verità più autentica.
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