A Castel del Giudice, in Molise, un albergo diffuso nato da capitali privati e pazienza imprenditoriale dimostra che la rigenerazione può partire dal basso. Il Pnrr, in questo caso, è arrivato dopo.
Mentre il dibattito pubblico sul Bando Borghi si concentra sui ritardi e sulle incognite del Pnrr, c’è un angolo del Molise dove la rigenerazione ha iniziato a muovere i primi passi molto prima che l’Europa staccasse l’assegno. Si chiama Borgotufi, una piccola contrada rurale di Castel del Giudice, e la sua storia è stata raccontata a San Gusmè, nel Senese, durante l’incontro “Radici Antiche, Algoritmi Nuovi”, dedicato al futuro delle aree rurali tra patrimonio, digitalizzazione e servizi.
A illustrarla è stato Enrico Ricci, imprenditore edile e presidente di ANCE Abruzzo. La sua non è una storia di bandi vinti a tavolino, ma di capitali pazienti, investimenti ad alto rischio e tempi di ritorno lunghi. Esattamente il contrario della logica che spesso accompagna i finanziamenti pubblici.
Da stalle e fienili a un albergo diffuso
Il punto di partenza era un borgo abbandonato, fatto di stalle, fienili e abitazioni in rovina. Un luogo che, come tanti in Italia, rischiava di scomparire. La svolta è arrivata attraverso una Società di trasformazione urbana pubblico-privata, lo strumento che ha permesso di mettere insieme proprietà frammentate, successioni mai definite e immobili non più utilizzati. Un lavoro certosino, durato anni, che ha portato alla realizzazione di un albergo diffuso.
«La parte privata è partita con capitali pazienti», ha spiegato Ricci, sottolineando come l’operazione sia stata possibile solo grazie a una visione imprenditoriale disposta a rischiare senza garanzie immediate. Il Comune, dal canto suo, ha lavorato sulle infrastrutture, creando le condizioni perché il progetto potesse reggere.
Il Pnrr come moltiplicatore, non come innesco
Quando è arrivato il Bando Borghi, Borgotufi non era un cantiere aperto da poco. Era un processo già avviato, con un partenariato attivo e una progettazione consolidata. Ed è proprio qui che si concentra la lezione di Enrico Ricci: secondo l’imprenditore abruzzese, l’esistenza di un partenariato già attivo e di una progettazione avviata «è stata determinante per vincere il bando».
In altre parole, il Pnrr non ha innescato la rigenerazione: l’ha accelerata. Un modello opposto a quello di molti altri borghi, dove il finanziamento è arrivato prima delle idee e delle competenze.
I numeri della rinascita
Gli effetti, secondo i dati riportati dallo stesso Ricci, cominciano a essere misurabili. Nel Comune sono nate nuove attività: dal forno ai laboratori artigianali, fino alla parrucchiera. Il lavoro da remoto ha favorito nuovi insediamenti, e l’interesse per i bandi sulle abitazioni e per nuove attività commerciali è in crescita.
Ricci stima «un aumento del 30%» della popolazione nell’arco di due-tre anni. Un dato che, se confermato, farebbe di Borgotufi un caso di studio non solo per il Molise, ma per l’intero Paese.
Il confronto con il modello toscano
La storia di Borgotufi è stata messa a confronto con quella di Castelnuovo d’Avane, nel Comune di Cavriglia, raccontata da Matteo Spinelli, direttore tecnico di GPA Partners. Qui la rigenerazioneparte da una storia diversa: il bacino minerario scoperto nell’Ottocento, l’escavazione a cielo aperto, il trasferimento degli abitanti nel 1963 e quarant’anni di abbandono. Il Comune lo ha riacquistato da Enel nel 2003, avviando un percorso che con il Pnrr ha trovato le risorse per una rigenerazione complessiva.
Per Spinelli, il punto non è stato partire dal finanziamento, ma arrivarci con un programma già costruito. «L’amministrazione aveva già in mente che cosa fare, che cosa voleva», ha spiegato. «La miccia non può che partire dalle amministrazioni».
Le criticità e il nodo delle infrastrutture
Non sono mancate le voci critiche. Agnese Carletti, sindaca di San Casciano dei Bagni e presidente della Provincia di Siena, ha richiamato il caso di Trevinano, frazione di Acquapendente, nel Lazio, borgo destinatario dei 20 milioni e distante pochi chilometri dal suo Comune. Tra i due centri corre una strada provinciale di circa sette chilometri, interessata da movimenti franosi, sulla quale quelle risorse non potevano essere impiegate. «Ho dei dubbi sui 20 milioni, però è un tentativo. Tra qualche anno vedremo», ha detto. «Come si raggiungono questi posti se non si investe nelle infrastrutture?».
Fiorello Primi, presidente de I Borghi più belli d’Italia, è stato ancora più netto: «I 20 milioni per il singolo borgo sono soldi buttati via». Per Primi, la rigenerazione non può dipendere da un singolo finanziamento, ma richiede una politica nazionale per sanità, istruzione, trasporti e servizi, oltre a una cooperazione tra piccoli centri.
La lezione di Borgotufi
In questo panorama, la storia di Borgotufi e di Enrico Ricci offre una prospettiva diversa. Non un modello replicabile ovunque, ma un esempio di come capitali privati, visione imprenditoriale e pazienza possano precedere e poi accompagnare l’intervento pubblico. Il Pnrr, in questo caso, non è stato il motore, ma il moltiplicatore di un processo già in corsa.
La verifica, come sempre, sarà sul lungo periodo: capire se Borgotufi riuscirà a tenere nel tempo la comunità che ha contribuito a far rinascere. Ma intanto, a Castel del Giudice, qualcosa si è mosso. E non per effetto di un bando.
















































