Dalle impronte digitali al DNA, un viaggio nell’identificazione personale tra realtà scientifica e rappresentazione mediatica
Quando si pensa alle indagini criminali, spesso l’immaginario collettivo richiama le scene tratte dalle serie televisive investigative, in cui ci sono laboratori ultratecnologici, analisi rapidissime e colpevoli identificati in tempi molto brevi e con poche prove decisive. Ma quanto questa rappresentazione corrisponde alla realtà?
La realtà è meno spettacolare, molto più complessa e, in fondo, ancora più affascinante. Le scienze forensi operano in modo diverso: i processi sono più complessi, richiedono tempi tecnici e prevedono interpretazioni fondate su valutazioni probabilistiche. La complessità delle operazioni rende la criminalistica una disciplina scientifica articolata e in continua evoluzione. Esistono, di fatti, diverse branche specializzate in ciascun settore della criminalistica, che collaborano nelle indagini al fine di garantire un quadro completo.
La biometria: l’identità scritta nel corpo
Alla base della criminalistica c’è un principio fondamentale, formulato da Edmond Locard, per cui “ogni contatto lascia una traccia” ed ogni traccia appartiene ad un autore. Per l’identificazione personale viene utilizzata la biometria: è una tecnica basata sul presupposto che ciascun individuo è unico e analizza le caratteristiche fisiche, biologiche e comportamentali intrinseche ad esso.
I due principali elementi biometrici sono:
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le impronte digitali, espressione della biometria fisica;
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il DNA, cuore della biometria molecolare.
Entrambi possiedono tre qualità fondamentali: unicità, stabilità nel tempo e possibilità di essere rilevati. Tuttavia, differiscono per un aspetto cruciale: la privacy. Mentre le impronte digitali sono meno invasive, il DNA contiene informazioni biologiche sensibili, motivo per cui il suo utilizzo è regolato dal Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR).
Le impronte digitali: una firma naturale
Le impronte digitali sono il metodo più antico per l’identificazione personale, risalgono all’Ottocento quando Francis Galton dimostrò che i disegni delle creste cutanee sono unici per ogni individuo. Le creste si formano prima della nascita, tra la decima e la sedicesima settimana di gestazione, e restano invariate per tutta la vita, salvo gravi danni al derma sullo strato basale o malattie come la dermatosi bollosa acquisita. Anche i gemelli monozigoti, che condividono lo stesso patrimonio genetico, possiedono impronte differenti.
Ciascuna impronta è caratterizzata da numerosi punti caratteristici, definiti minuzie, che costituiscono i marcatori univoci dell’individuo generando una propria “firma biologica”. Tuttavia, nella pratica investigativa e sulle scene del crimine, raramente si dispone di impronte complete, è più frequente il riscontro di impronte parziali, deteriorate o sovrapposte che complicano le analisi dattiloscopiche e l’identificazione.
L’analisi segue il protocollo internazionale ACE-V (Analysis, Comparison, Evaluation, Verification) che integra la componente interpretativa umana, talvolta soggetta ad errori, e l’utilizzo di sistemi informatici di supporto, come l’AFIS (Automated Fingerprint Identification System), utilizzato per il confronto automatizzato con archivi dattiloscopici di grandi dimensioni.
Il DNA: il codice genetico dell’identità individuale
Negli anni ’80, il genetista Alec Jeffreys rivoluzionò la scienza forense introducendo il concetto di impronta genetica. A differenza delle impronte digitali, il DNA non si vede, ma è presente nei nuclei delle cellule e può essere estratto da tracce minime: sangue, saliva, sperma, capelli o persino dal sudore rilasciato a seguito di un contatto con una superficie.
L’analisi per l’identificazione personale si concentra su regioni altamente variabili del DNA, in particolare gli STR (Short Tandem Repeats), che consentono di distinguere un individuo con altissima precisione. Questo ha reso il DNA uno degli strumenti più potenti nelle indagini. Come ogni strumento non è infallibile e possiede dei limiti:
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può degradarsi facilmente, a causa di fattori ambientali o conservazione non idonea;
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può contaminarsi;
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può essere presente in quantità minime (il cosiddetto DNA di contatto).
È importante sottolineare che la presenza di DNA non implica automaticamente la colpevolezza del soggetto a cui appartiene, in quanto ci sono diversi modi affinché esso sia trasferito, ma documenta il contatto diretto o indiretto con l’ambiente o l’oggetto in questione.
🔗 Integrazione: dal polpastrello al genoma
L’efficacia delle moderne indagini delle scienze forensi dipende dall’integrazione di differenti metodologie per ottenere un risultato più preciso e consolidato. Gli investigatori grazie a studi costantemente aggiornati e con le nuove scoperte tecnologiche, combinano l’uso della biometria fisica e quella molecolare, permettendo l’interazione tra le impronte digitali e il DNA per ottenere risultati più affidabili.
L’interazione tra la dattiloscopia e la genetica consente di analizzare simultaneamenteinformazioni morfologiche e biologiche partendo dalla stessa traccia. È possibile, ad esempio, estrarre DNA dal sudore lasciato in un’impronta, la cui qualità la rende apparentemente inutilizzabile per un confronto dattiloscopico, che può diventare però una fonte preziosa di informazioni se trattata in modo alternativo.
Inoltre, ci sono studi in corso che stanno valutando la possibilità di ricavare informazioni aggiuntive, come sesso o età, analizzando la composizione chimica delle impronte, mentre altri stanno studiando le correlazioni statistiche tra la morfologia delle impronte digitali e alcune condizioni patologiche di origine genetica. Questi studi sono ancora in fase di sviluppo ma potenzialmente rilevanti per il futuro della criminalistica.
I casi sindromici
Le impronte digitali sono generate da un complesso processo durante lo sviluppo embrionale, determinato dall’interazione di fattori genetici e ambientali intrauterini e ci sono casi in cui si evidenziano alterazioni morfologiche di esse dovute ad anomalie dello sviluppo embrionale, associate a condizioni sindromiche causate da mutazioni genetiche o aberrazioni cromosomiche. Esistono alcune condizioni genetiche che presentano pattern dermatoglifici particolari. In rari casi, come nell’adermatoglifia, le impronte sono completamente assenti. I principali casi sindromiciosservati, sono:
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La sindrome di Down (trisomia 21)
È la condizione genetica più studiata in rapporto ai dermatoglifi, presenta come caratteristica più nota la plica palmare unica (solco simian), presente nel 45-50% dei soggetti con trisomia 21, contro circa il 3% nella popolazione generale.
A livello digitale si osserva:
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maggiore frequenza di archi e minore incidenza di vortici;
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riduzione della conta totale delle creste papillari (Total Ridge Count, TRC);
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asimmetria bilaterale nella disposizione dei pattern tra mano destra e sinistra.
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La sindrome di Klinefelter (cariotipo 47, XXY)
Gli individui con questa sindrome mostrano variazioni dermatoglifiche più sottili rispetto alla trisomia 21, ma comunque rilevabili statisticamente. Presentano:
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riduzione della densità delle creste papillari;
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frequenza aumentata di archi rispetto ai soggetti con cariotipo 46,XY;
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alterazioni nella simmetria palmare, con possibili implicazioni nel riconoscimento forense.
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La sindrome di Turner (45, X)
Caratterizzata da monosomia parziale o completa del cromosoma X, presenta:
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pieghe palmari multiple e complesse;
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TRC significativamente ridotto;
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maggiore frequenza di biforcazioni irregolari.
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La sindrome di Noonan
Questa condizione, dovuta a mutazioni in geni della via RAS-MAPK, mostra:
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alterazioni nella simmetria digitale;
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pieghe palmari anomale;
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distribuzione irregolare delle creste;
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possibili riduzioni di densità localizzate.
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La sindrome di Edwards (trisomia 18)
È una condizione grave, spesso associata a letalità precoce, i cui individui affetti presentano:
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pattern digitali semplici con alta frequenza di archi;
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diminuzione della complessità crestatale;
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presenza di pieghe palmari multiple.
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L’adermatoglifia
È una condizione autosomica dominante causata dalla mutazione nel gene SMARCD1, classificata come sindrome rara monogenica, che comporta l’assenza congenita delle impronte digitali negli individui.
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Altre sindromi rare
Altre sindromi osservate includono la sindrome di Patau (trisomia 13) e la sindrome di Cri du Chat.
Queste caratteristiche non sono sufficienti per una diagnosi, ma rappresentano indicatori da contestualizzare con altre evidenze cliniche e biologiche.
Tra realtà scientifica e rappresentazione mediatica: il “CSI effect”
Le serie TV hanno contribuito a rendere famose le scienze forensi, ma hanno generato aspettativespesso irrealistiche riguardo l’intero svolgimento delle indagini, compresi i tempi tecnici e la certezza delle analisi scientifiche. Il cosiddetto “CSI effect” ha persino influenzato le aspettativenei tribunali, dove ci si aspetta prove sempre chiare e definitive. La realtà, però, è fatta di incertezze, probabilità e interpretazioni, e oggi la biometria fisica e molecolare rappresenta uno degli strumenti più affidabili per l’identificazione personale in continua evoluzione nelle scienze forensi.
Autori
Dott. Jonathan Le Donne
Docente di Scienze Forensi
Dott.ssa Iole Starita
Laureata in Scienze Forensi e investigazione criminale



















































